Cos’è un Festival? Probabilmente è un luogo in cui può accadere di tutto, dove a volte i sogni più incredibili possono diventare realtà…

Il Maestro Tonino Cartone è già passato a trovarci più di una volta lasciando ricordi indelebili e Lunedì 10 Luglio 2017 calcherà il palco dell’Arena del Mare insieme ai DubIoza Kolektiv per un’anteprima del nuovo album prodotto da Alborosie.

Questa è l’avventurosa storia di quello che successe a Goa~Boa la sera del 10 Luglio 2005 e dell’amicizia con l’editore e scrittore Federico Traversa.
Il testo che segue l’introduzione personale è tratto dal libro “Il Maestro dell’Ora brava”, scritto da Tonino Carotone e Federico Traversa e pubblicato da Chinaski Edizioni, qui riportato per gentile concessione.

DODICI ANNI COL MAESTRO: A GOA~BOA 2017 SI CELEBRA LA STORIA DI UN’AMICIZIA INCREDIBILE E DI UN LIBRO FRA I PIÙ RUBATI IN ITALIA

di Federico Traversa, Chinaski Edizioni

Tonino per il sottoscritto è uno di famiglia, un hermano. Ci frequentiamo ‘intensamente’ da più di 10 anni, una conoscenza nata proprio al Goa~Boa di Genova il 10 luglio del 2005, che poi si è trasformata in una lunga amicizia fatta di viaggi, tournee fra l’Italia e la Spagna, un libro scritto insieme e tante di quelle storie che neanche Jack Kerouac e Neal Cassidy in On The Road.

Dalle notti nel barrio chino di Barcellona ai lunghi aperitivi nella fredda Pamplona, dai viaggi in macchina sotto la neve di Saragozza alle calde estati napoletane, e poi tutte quelle notti allucinate che se te le ricordi vuol dire che non le hai veramente vissute.

Quando nel 2006 abbiamo scritto Il Maestro dell’Ora Brava, con la benedizione degli amici Manu Chao e Don Andrea Gallo, non è che ci aspettassimo molto. Quel libro, partorito senza grandi calcoli e con l’unico desiderio di condividere con gli altri i nostri viaggi esagerati, all’inizio vendette davvero poco. Ma poi, negli anni, accadde il miracolo e, complice il passaparola, iniziò a diventare una di quelle letture di culto, sempre presente negli zaini di tutti i pazzi che scelgono di viaggiare come se non ci fosse un domani. Non nego ci fece piacere ma ancor più gioia ce lo diede il venire a conoscenza che il nostro era uno dei titoli più rubati nelle librerie. Una roba assurda: per ogni libro venduto ne venivano fregati tre. Probabilmente l’indole sovversiva del testo contagiava per osmosi. Per carità non si deve rubare, lo sappiamo, però venire a sapere che proprio quel libro era così preso di mira da tanti ragazzi senza soldi ma con la voglia di leggerci fu oggetto di grande soddisfazione.

Senza considerare che sono almeno 5 anni che tutti ci chiedono un seguito. Con Tonino ne abbiamo anche parlato ma non ne siamo troppo convinti. Non per mancanza di voglia, questo è certo, ma perché si è vissuto quello che si è scritto allora in maniera totale, viscerale, senza paracadute e oggi, almeno per me, ripetere certe situazioni sarebbe impensabile. Ho un bambino piccolo che reclama il suo papi al massimo della lucidità. A proposito, Tonino l’anno scorso si è presentato con il bodino degli AcDc, e Alessandro ha molto gradito! Rock n’roll!!!

Anyway, il prossimo 10 luglio il maestro tornerà ad esibirsi in quel Goa~Boa che ci ha visto incontrarci 12 anni fa. E questo capiterà lo stesso giorno, una coincidenza da far accapponare la pelle.

Grazie a quella serata assurda è nata un’amicizia bellissima, quindi il minimo che posso fare è condividere con tutta la Goa~Boa Comunity l’estratto del libro che racconta proprio quell’incredibile momento che tanto ha significato per Tonino e il sottoscritto.

Buona lettura, amici.

Ci vediamo il 10, ovviamente sotto il palco.

Federico Traversa.


Maestro Carotone a Goa~Boa

CAPITOLO UNO: IL PRIMO INCONTRO

È un mondo difficile e vita intensa
Felicità a momenti e futuro incerto
E nostra piccola vita e nostro grande cuore
Tonino Carotone ( da “Me Cago En El Amor”)

La leggenda che ormai da qualche mese circola nei sordidi bar della Genova “male” sul mio incontro con Carotone, più annessa storia del cappello, è vera ragazzi, tutta vera. E ora ve la racconto.

Era il dieci di luglio del 2005 e il “Goa Boa Festival Last Minute” presentava in cartellone gli show di Tonino Carotone ed Emir Kusturica.

Ottenemmo qualche pass dall’organizzazione e andammo al concerto: con me c’erano Francesca, una tizia di nome Erika e il buon Michele Vaccari, che all’epoca dava una mano in Chinaski Edizioni.

Ero venuto a conoscenza della prevista performance di Tonino grazie a questa Erika, che stava realizzando la tesi di laurea sul sommo regista slavo. Ci disse che aveva un’intervista fissata con lui dopo il concerto e che, se le cose fossero andate come sperava, avrebbe scritto un affresco geniale del regista di “Underground”.

La figliola era eccitatissima, stava per intervistare Kus, il suo idolo: “Ragazzi, sono felicissima. Comunque, se ci siete anche voi domenica vi racconto tutto in diretta, LUI suonerà per le dieci e mezza dopo il concerto di Carotone” disse con naturalezza.

“T-o-n-i-n-o C-a-r-o-t-o-n-e suona qui?” chiesi con un acuto in levare da storia del reggae. Dopo l’uscita di “Senza Ritorno” avevo cercato invano di andarlo a vedere dal vivo, ma aveva fatto pochissime date e tutte distanti. Una sera avevo letto su internet che suonava a Bergamo, era un merdoso e freddissimo mese di Febbraio e stavo per andare, avevo già tutto pronto (filtrini, tabacco, fumo, cartine, birra), ma il giorno prima mi si ruppe la macchina.

Quando la giovane studentessa mi sventolò davanti il volantino che recitava “Tonino Carotone & Arpioni” , stavo già chiamando l’organizzazione per avere gli accrediti.

Arrivai al Goa in ritardo perché avevo litigato con il signor Giozi, il mio vicino. Gli avevo posteggiato lo scooter davanti al passo carrabile ed era andato fuori di testa. Ero appena uscito dalla doccia, con gli occhi rossi perché mi era entrato un po’ di shampoo, quando lo sentii bussare alla porta.

“Oh signor Giozi, pensavo fosse ancora in ferie, ho visto tutto chiuso in casa sua”.

“La moto, stronzetto, levala o te la smonto pezzo per pezzo” gracchiò mentre mi frizionavo i capelli. Il mio vicino è un irragionevole, inutile discuterci, ma quella sera ero di ottimo umore e decisi di tentare.

“Su non faccia così signor Giozi, sto andando a un concerto, è una bella serata d’estate, non si arrabbi. Mi vesto, faccio due cose e scendo a spostare il mezzo, ok? Intanto entri, le offro un caffè”.

“Sei un fottuto drogato, ragazzo, ecco cosa sei, guarda che occhi che hai, ma appena vedo tua madre glielo dico…”.

Niente da fare. Quell’uomo era cocciutissimo.

“No signor Giozi, quale droga, ho fatto la doccia e mi è andato un po’ di shampoo negli occhi così si sono arrossati, dai venga dentro”. Giozi mi osservò con uno sguardo allucinato, fece un passo indietro e con voce perplessa mi disse: “Ma Cristo, ti porti la droga anche nella doccia?”.

“Eh, come no, mi faccio delle strisce sulla spugna che non ci crede…” risposi ormai vinto.

“Io chiamo la polizia” sentenziò lui con aria assente prima di precipitarsi giù dalle scale. Mi infilai un paio di pantaloni, scarpe da ginnastica e maglietta e mi precipitai verso lo scooter. Girai la chiavetta e via.

Con pazzi simili, meglio non correre rischi.

Andai a prendere Francesca, ripassai sotto da me per vedere se il folle aveva chiamato le guardie, e finalmente me ne andai al concerto.

Quando entrai, Tonino stava eseguendo “Un Ragazzo di Strada”.

Sfoggiava il suo stile migliore: giacca di pitone con stivaletti in tinta, jeans, il capo coperto dall’immancabile cappello e i baffetti che scintillavano come sul book del disco.

Fece parecchi pezzi del nuovo album, più qualche brano del primo, nonché la cover di “Una storia Disonesta” che appariva nel nuovo cd degli Arpioni.

A fargli da corista c’era una tipa dai lunghi capelli neri con una gran voce che si amalgamava perfettamente allo stile di Tonino: più tardi avrei scoperto che per anni aveva cantato con gli Amparanoia.

Carotone sul palco era un vero istrione: si dimenava, ammiccava al pubblico, ballava scomposto senza celare il suo status di eterno figlio di Bacco. Mi sentivo come un pivellino al concerto della sua star preferita, stringevo Francesca continuamente, sottolineando come un invasato tutte le variazioni che faceva.

Ne avevo ben donde: tutti i miei miti tardo-adolescenziali erano morti, Tonino era l’ultimo che mi restava e volevo godermelo in pieno. Mi ero perso gli allucinati concerti di Jim Morrison, i reading alcolici di Bukowski, le urla strazianti di Kurt Cobain, i sabbah naturali e mistici di Bob Marley e Peter Tosh, le corse folli di Neal Cassady, il blues stonato di Belushi e anche le poesie in musica di Faber che, per una serie di motivi, non avevo mai visto dal vivo.

Ragionavo così, perso tra le mie galassie, quando d’improvviso successe.

Tonino stava eseguendo l’ultimo pezzo in scaletta, ovviamente “Me Cago En El Amor”, quando un giovane balzò con un salto alla Bubka sul palco, strappò il cappello dal capo del Maestro sostituendolo con un berretto tipo baseball e corse via. Tonino rimase un secondo sbigottito poi, all’ urlo di “lo mato, lo mato” corse giù dal palco inseguendo il tipo fra la folla.

Mentre rincorreva il ladro, fra cumuli di gente eccitata per il folgorante cambio di programma, “l’Ultimo dei Celentani” continuava a cantare le strofe del pezzo, come se nulla stesse accadendo, solo con un po’ di fiatone in più. Sembrava Morrison a Miami nel ‘71.

La Fra, guardandomi perplessa, disse semplicemente: “ma è tutto vero?”.

La corrida si concluse in un paio di minuti, con Tonino di ritorno sul palco a mani vuote che, dopo aver salutato i presenti, si ritirava incazzatissimo.

Fu lì che decisi: DOVEVO CONOSCERLO.

Non fu difficile entrare nel backstage, il mio tesserino stampa, falso e scaduto da cinque anni, faceva ancora miracoli. In un attimo mi trovai dietro le quinte, fra lo staff del Goa Boa, Emir Kusturica che si stava preparando con la sua band, un tot di gente che, come me, non c’entrava un cazzo e ovviamente Tonino.

Mi avvicinai un poco intimidito, il Maestro si stava rollando uno spinello mentre chiacchierava con un tipo dell’organizzazione. Al posto del berretto da baseball che gli aveva messo in testa il funambolico spettatore indossava un asciugamano che gli copriva il capo adagiandosi fino alle spalle.

Sembrava un faraone egiziano ubriaco.

“Tonino devo dirti una cosa” dissi.

E lui “dimmi hombre”.

E allora gli raccontai di come mi emozionassero le sue canzoni, di come anche io mi sentissi un ragazzo di strada, di quante volte ero stato talmente disperato da urlare al mondo che me ne strafottevo dell’amore, eccetera eccetera eccetera; poi presi il “Il Contorno del Camaleonte”, mio primo-unico-modestissimo-romanzo, e glielo porsi.

Lo vidi sorpreso, non aveva capito e pensava volessi un autografo sul libro. Mi venne in aiuto un tipo dello staff che, se non ricordo male, gli rispiegò tutto in spagnolo. Allora Tonino mi ringraziò e inizio a chiedere a tutti una penna perché voleva che glielo firmassi io il libro! Intanto mi passò una canna, poi una birra, poi arrivò la penna e io, frastornato da quel clima irreale, firmai la copia al Maestro.

Iniziavo a sentirmi un po’ sconvolto, tra il caldo, la birra e gli extra, non ero proprio un fiorellino celebrale e di questo mi spiace perché non ricordo più come finii, poco dopo, a cantare “Light My Fire” con Tonino, constatando come, a volte, i sogni più assurdi possano sfociare fra le impreviste braccine corte della realtà.

E mentre stavo lì, in quel clima da feria, a parlare con Carotone e la sua musa/corista/amica Piluka, la follia esplose in tutta la sua bellezza.

Ed esplose all’improvviso.

I tizi della security avevano beccato il Bubka che aveva fregato il cappello a Tonino e lo stavano trascinando verso di noi. Era un ragazzo con i capelli tipo Alberto Camerini e i pantaloni corti.

Tonino lo fissò per un istante, poi gli fece segno di seguirlo. Quando gli fu di fronte disse: “dammi il capello e non c’è problema, altrimenti te mato”.

Il ragazzo, con un po’ di spocchia, rispose “dai Tonino, uno come te che se la prende per un cappello? E comunque non ce l’ho, me l’hanno fregato”. A quel punto il Maestro, impassibile, si tolse la giacca di pitone, che passò a Piluka, (a me toccarono invece la birra e la canna che teneva in mano) ed esortò nuovamente il ragazzo, con uno spagnol-italianeggiante pregno di whisky, a restituirgli il mal tolto.

Bubka fece nuovamente spallucce, e fu la fine.

Tonino, in camicia sbottonata e asciugamano in testa stile Ramses II, barcollante, tentò di colpire il giovane con un buon gancio sinistro. Complice l’alcol, il fendente arrivò lento e scomposto; il ragazzo lo schivò e passò al contrattacco spingendo Tonino contro muro. Mi misi in mezzo, portando via il Maestro che cercava di reagire. Nel frattempo, giunse la security, su tutti un ragazzo dai capelli lunghi, svelto come un Peter Pan del karate, che più tardi scoprii essere Giovanni Graziosi, il manager di Tonino. Si scatenò un rissone fra lo staff del Goa e gli amici del rubacappelli che si concluse con questi ultimi spediti fuori dal backstage a calci nel culo.

Nel frattempo, ero riuscito, aiutato da Piluka, a riportare Tonino alla calma. Sorridemmo. Ci fumammo una sigaretta tutti insieme, tranquilli. Poi, lui sparì sul furgone per concedere un’intervista a una tv locale.

“Tonino è una persona genuina, puoi chiedergli qualunque cosa e te la da. Bisogna stare attenti solo a una cosa con lui. Non toccargli mai il cappello. Va fuori di testa”, mi disse uno degli Arpioni.

Che esperienza.

Quando uscii dal backstage stava iniziando a suonare lo zingaro Kusturica. Mentre raccontavo agli altri l’ultima mezz’ora della mia vita, quasi non ci credevo.

Ancora eccitato dal momento, l’idea iniziò a covare le sue ovette nel mio cervello molle, e non mi accorsi che erano lì lì per schiudersi fino a quando fu tanto possente lei stessa da non essere più una semplice ipotesi ma una fottuta ed autoritaria decisione: cazzo, avrei scritto un libro con Tonino, la storia del personaggio più strambo e genuinamente reale che la moderna storia della musica avesse partorito. Da anni, grazie al programma in radio che conducevo, ero venuto in contatto con parecchi cantanti e musicisti più o meno famosi. Quasi tutti si erano rivelati una delusione, lontani anni luce dai testi rivoluzionari che decantavano e dalle personalità che interpretavano con i media. Bimbi viziati, quando andava bene solo egocentrici. Tipi che facevano i fighi con i jeans strappati e le magliette con scritte rivoluzionarie e poi se nel backstage mancava la fruttina di stagione o i biscottini dietetici che avevano chiesto magari facevano perdere il lavoro a qualche povera pivella che si occupava di loro.

Con Tonino era diverso: non c’era spocchia né atteggiamenti costruiti, lui era davvero così come lo vedevi in video. Un po’ l’avevo constatato nei pochissimi minuti trascorsi insieme e il resto me lo sentivo.

Non avrei sbagliato.

Sì, avrei scritto un libro su quello “sgamato” di Pamplona.

Ora dovevo solo dirglielo.

Mi ributtai nel backstage ma non lo trovai: nessuno sapeva dove fosse. In compenso, incontrai Giovanni, il manager karateka, e ci fermammo a parlare prendendoci subito bene. Gli spiegai la mia idea, lui si mostrò interessato e il cerchio si chiuse.

Ci ripromettemmo di sentirci al più presto per tentare di far sì che sta sghemba storia andasse in porto.

Tutto dipendeva da Tonino, splendido, imprevedibile Tonino.

Uscii dal backstage volando e incrociai Erika. Stava entrando per intervistare Kusturica che aveva appena finito di suonare. Le augurai in bocca al lupo e tornai dagli altri. Con la Fra e Michele c’era anche il fidanzato di Erika e, mentre ci incamminammo verso un bar per bere qualcosa, iniziammo a menarglielo dicendogli quali grandi chiavatori di tipe fidanzate fossero i musicisti slavi dopo i concerti.

La cosa ci prese un po’ la mano, tanto che il tipo un poco impallidì e decise di andarsela a riprendere. Ridevamo come pazzi.

Il fidanzato geloso tornò dopo una ventina di minuti senza Erika ma con il viso più rilassato.

“Come è andata?” chiesi.

“Bene, era lì, ancora VESTITA, che stava finendo l’intervista, ci raggiunge qui fra dieci minuti”.

“Buon per te” fece Michele ridendo.

“Comunque son fuori questi slavi” aggiunse il Romeo “mentre ero lì che aspettavo che mi facessero entrare è arrivato un tipo con un asciugamano in testa e una birra in mano e mi ha detto “piacere Tonino” poi mi ha cantato una canzone di Celentano e se n’è andato! Assurdo…”.

Mi brillarono gli occhi e iniziai a ridere forte.

Alla prossima Maestro, grande, impareggiabile, Maestro!


Tratto da: “Il Maestro dell’Ora brava” di Tonino Carotone e Federico Traversa
Per gentile concessione di Chinaski Edizioni
Foto di copertina di Max Malatesta